epoca romana

L'Abbazia di Casamari, ubicata nell'omonima contrada del territorio di Veroli, in provincia di Frosinone, è un importante centro storico, culturale e spirituale del Lazio. E' possibile ammirare questo secolare monumento, percorrendo la via Mària, strada provinciale che collega Frosinone a Sora.


Probabilmente tra i nomi "Casamari" e "Via Mària" si è già notata una certa assonanza: ciò è dovuto alla loro comune etimologia, che si riconduce al nome di Caio Mario ( II-I sec. a.C.), insigne personaggio della storia di Roma, sette volte console e avversario di Silla nella guerra civile dell'88 a C. La fama che assunse questo personaggio nel mondo romano fece sì che il luogo dove nacque e visse i primi anni della sua vita fosse connotato dal suo nome: infatti Casamari (Casa Marii) significa etimologicamente "casa di Mario".
Precedentemente, le fonti storiche indicavano questo luogo con il nome di "Cereatae": Plutarco, nelle Vite, riporta che "[Mario] trascorreva il tempo nel villaggio di Cereate, nel territorio di Arpino..."; Strabone, geografo greco, nomina il villaggio di Cereate nella descrizione del territorio adiacente al fiume Liri; infine Frontino, storico latino del I secolo d.C., riferisce che "...la famiglia di Caio Mario risiedeva nel municipio di Cereate..."
In base a queste testimonianze e a numerosi ritrovamenti archeologici, possiamo affermare con certezza che l'abbazia di Casamari sorge nell'antico municipio romano.
Durante i secoli di decadenza dell'impero, Cereate subì la progressiva crisi economica, conseguente alla decadenza della civiltà di Roma e alle invasioni barbariche.
Le testimonianze riguardo a Cereate riaffiorano a partire dal secolo XI, da documenti che attestano la presenza di una comunità di monaci benedettini nel luogo chiamato Casamari.

 

medioevo

La fondazione del monastero è descritta nella "Cronaca del Cartario", documento del XIII secolo, che presenta tuttavia qualche punto poco chiaro. Il Chartarium Casamariense, redatto sul finire del '400 dal monaco di Casamari Gian Giacomo de Uvis, per incarico dell'abate commendatario Giuliano della Rovere, è il punto di riferimento fondamentale per la ricostruzione storica dei primordi del monastero di Casamari. Nonostante alcuni dubbi che ancora riguardano la datazione delle origini dell'abbazia, questo documento ci fornisce preziose informazioni.
Secondo il Cartario, nell'anno 1005 alcuni ecclesiastici di Veroli, decisi a riunirsi in un cenobio, scelsero Casamari e riutilizzarono, come era in uso allora, materiale prelevato dai ruderi di un tempio di Marte lì ubicato, per costruire una chiesa in onore dei Santi Giovanni e Paolo. Quattro di essi, sacerdoti, si recarono nel vicino monastero di Sora e ricevettero l'abito religioso dall'abate, il venerabile Giovanni: erano Benedetto, Giovanni, Orso e Azo.
La maggiore parte degli storici che si sono occupati dell'argomento (il De Persiis, il Longoria, il Giraud e molti altri) contestano la data del 1005 e, primo fra tutti il Baronio, stabiliscono la data della erezione dell'abbazia al 1036.
L'abbazia acquistò in seguito, grande importanza grazie a numerose donazioni. Ma subì successivamente, una grave crisi a carattere sia economico, che religioso: a carattere economico per il venir meno dell'economia curtense con l'avvento dell'economia commerciale (che ebbe come conseguenza un prolungato stato di ingovernabilità con frequenti dimissioni di abati); a carattere religioso per il generale disorientamento successivo alla riforma gregoriana.
Nell'arco di tempo tra il 1140 ed il 1152 ai monaci "neri", benedettini (così chiamati dal colore della loro tonaca), si sostituirono i monaci "bianchi", cistercensi.
La Cronaca del Cartario riporta: "... nel 1143 i monaci neri erano diventati tanto indisciplinati, disonesti e dimentichi della salvezza della loro anima, che Eugenio III [...] trovò il monastero di Casamari dai sopraddetti monaci neri ridotto all'indisciplina, dilapidato nelle sostanze e fatiscente nei fabbricati e cominciò allora a prenderne cura e vi introdusse i monaci dell'ordine cistercense nell'anno 1152 [...]".
I monaci cistercensi trovarono subito consenso per la austerità per il rigore e per la semplicità della loro vita.
Tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII fu iniziata la costruzione del nuovo monastero. Nel 1203, fu benedetta da Innocenzo III la prima pietra della chiesa, costruita secondo i canoni dello stile gotico-cistercense: ancora oggi il chiostro, la sala del capitolo, il refettorio, il dormitorio e tutti gli altri elementi che compongono l'abbazia destano la viva ammirazione del visitatore.
A cominciare dal XII secolo l'abbazia di Casamari non solo acquistò possedimenti nelle zone limitrofe, ma intraprese anche nuove fondazioni monastiche, soprattutto nel meridione d'Italia. A questo momento di prosperità seguì dalla metà del 400 un periodo di decadenza così come avvenne per altre abbazie. Causa di questo fenomeno fu la "Commenda", estesa a Casamari da Martino V ne1 1430, a favore del cardinale Prospero Colonna, suo nipote.

epoca moderna

Nel 1569, don Nicola Boucherat I, abate di Citeaux, visitò 34 monasteri del meridione, tutti sotto commenda; dopo questo viaggio stilò una relazione che si concludeva con queste parole: "Bisogna tener presente che tutti i suddetti monasteri non dispongono neanche dei libri e della suppellettile necessari per la celebrazione dell'ufficio divino".
Nel 1623, la comunità ridotta a soli otto religiosi, fu annessa con altre otto abbazie alla Congregazione Cistercense Romana, sorta ad opera di papa Gregorio XV. Il pontefice con questo atto cercava di dare nuovo stimolo ad alcune abbazie del Regno di Napoli e dello Stato Pontificio.
Ma la situazione all'interno dell'abbazia non migliorò.
Solo nel 1717 questo centro religioso conobbe una buona rinascita grazie all'opera di Clemente XI , in precedenza abate commendatario di Casamari.
Questi rimosse dall'abbazia i cistercensi della Provincia Romana e introdusse una colonia di monaci cistercensi riformati, detti anche Trappisti, provenienti da Buonsollazzo, in Toscana.

epoca contemporanea

Il 13 maggio del 1799 soldati francesi di ritorno da Napoli si fermarono a Casamari e, dopo aver ucciso alcuni religiosi, la depredarono. Dal 1811 al 1814 l'abbazia fu soggetta ai soprusi del regime napoleonico, ateo e materialista.
Il pontefice Pio IX, cercò di riportare in auge l'abbazia. Purtroppo, però durante la lotta che vide opposti i soldati  borbonici a quelli Piemontesi; questi ultimi incendiarono grande parte dell'edificio.
Nel 1874 l'abbazia fu dichiarata monumento nazionale: da allora cominciò a riacquistare una posizione di prestigio e una certa floridezza economica. Raggiunse l'apice della sua rinascita ne1 1929, quando la congregazione di Casamari fu aggregata alle altre dell'Ordine Cistercense. Nel dicembre di quell'anno, infatti, Casamari fu eletta canonicamente congregazione monastica e riaggregata giuridicamente all'ordine, come le altre congregazioni. Se nel 1929 contava appena 50 monaci, distribuiti in 5 monasteri (Casamari, San Domenico di Sora, Valvisciolo, Santa Maria di Cotrino a Brindisi e Santa Maria della Consolazione a Lecce ), attualmente la congregazione di Casamari conta circa 200 monaci in 18 monasteri. Nel corso degli anni, difatti, sono stati aggregati all'abbazia di Casamari i monasteri di San Domenico di Sora, di Valvisciolo, di Chiaravalle della Colomba, di S. Maria di Piona, di S. Maria Assunta in Asmara, della Certosa di Trisulti, di S. Maria di Chiaravalle in Brasile, di S. Maria di Mendita in Etiopia, della certosa di Firenze, di Nostra Signora di Fatima negli Stati Uniti, della Certosa di Pavia. La casa madre di tutta la Congregazione è l'abbazia di Casamari.
Le fondazioni in Eritrea e in Etiopia sono state erette per incarico del pontefice Pio XI che, nel 1930, ha dato mandato alla comunità di Casamari della diffusione del monachesimo cattolico in queste nazioni: sono sorti, pertanto, sei monasteri e delle stazioni missionarie, con quasi 100 monaci.
L'abbazia di Casamari è divenuta in questi anni sede di varie attività che ancora oggi vedono impegnati i monaci che, oltre alla partecipazione assidua alla preghiera, curano anche l'insegnamento presso il collegio San Bernardo, interno all'abbazia, la farmacia, la liquoreria, il restauro dei libri, la gestione della biblioteca e del museo archeologico.